25 novembre 2020

Ero bambino quando Babbo Natale mi portò una parrucca nera riccia, un pantaloncino bianco ed una maglia azzurra con il numero dieci stampato sulle spalle. Non ero l’unico, tutti i miei amici scendevano in strada nel quartiere, più o meno vestiti come me. A chi non arrivava Babbo Natale, quel numero dieci lo disegnava con il pennarello ed anche se risultava un pò impreciso, un nessuno ci faceva caso.

Ero bambino quando la città intera riuscì ad accantonare i problemi quotidiani per regalarsi una gioia, un sorriso. Appena nasceva un dissidio, un problema, subito c’era l’amico pronto a farti distogliere l’attenzione: “Hai visto il Napoli ha vinciut’ nata vota” e si finiva puntualmente a sorridere parlando di calcio, di eroi e di vittorie. Ed un nome che riecheggiava nell’ambiente, sempre lo stesso nome, perfino qualche mio amico si chiamava così: “Diego, Diego, Diego, Diego”.

Senza conoscerlo era diventato da subito il mio supereroe. Da un momento all’altro aspettavo che bussasse alla porta della mia cameretta, con il suo orecchino magico ed il sorriso gentile, per insegnarmi a palleggiare con i limoni comprati da mia madre per condire l’insalata.

Ricordo il giorno dello scudetto, una città intera riversata nelle strade. Tutto dipinto d’azzurro, il cielo si trasferì sulla terra ferma. E chi se lo scorda più. Alzavo lo sguardo e vedevo la sua immagine dovunque. Imparai, dai volti dei miei parenti, che si poteva piangere perfino di gioia. La gioia!
Cosa c’è al mondo più importante di un sorriso, di un gesto d’affetto, di un abbraccio con uno sconosciuto, dell’esultanza per una vittoria, dell’amore per lo sport?
Forse non c’è nulla di più importante e tutto questo i miei occhi di bambino l’avevano conosciuto grazie al mio supereroe venuto dal sud America: Diego Armando Maradona.

Come in molte storie, i supereroi, ahimè, ad un certo punto dismettono il mantello e vanno via lasciando un macigno di tristezza nell’animo della propria gente. Ed oggi, caro Diego, siamo tristi, orfani del nostro supereroe ma consapevoli del fatto che continuerai a vivere nel cuore di ogni bambino che vestito con maglietta e pantaloncino scenderà in strada per dare il calcio al suo primo pallone.

Un commento

  1. Ciao Gennaro! Di tutto quello che ho letto su Diego il giorno che purtroppo é partito, il tuo scritto é quel che mi ha emozionato di piú , perché sprime tanti sentimenti e sono veramente i sentimenti di un bambino ! Saluti dall’ Argentina da una discendente d’ un nonno caprese (Pd :scusa il mio italiano!)

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