Inno alla vita nel ventre di Napoli

Le forze alleate durante il secondo conflitto mondiale non ebbero particolare pietà per il popolo napoletano. La storia dice infatti che Napoli fu la città italiana a subire il maggior numero di bombardamenti, riportando tra le 20000 e le 25000 vittime.
Le guerre distruggono, impoveriscono, straziano, ma non scalfiscono la dignità di un popolo che a qualsiasi ora del giorno, al grido di una sirena lasciava la quotidianità per fuggire da un incubo e trovare rifugio nei meandri del sottosuolo.
Proprio in quei rifugi bellici si intrecciavano storie, si riunivano famiglie, trovava risalto quel sentimento di humanitas che accomunava tutti, dando forza all’unica vera battaglia che quelle persone stavano combattendo: la lotta alla sopravvivenza.
I conflitti nel mondo non sono di certo cessati con la seconda guerra mondiale, ancora oggi si lanciano bombe, si sparano proiettili e mine antiuomo.
Ancora oggi, dopo l’orrore che i conflitti hanno imposto, c’è ancora chi inneggia alla guerra e chi la invoca a sirene spiegate.
Nella scoperta di Napoli sotterranea, mi sono imbattuto in vari reperti testimoni di quel periodo, dai giocattoli dei bambini alle macchinette del caffè. Perché ad un napoletano puoi togliere tutto ma non potrai mai togliergli il piacere di condividere una tazza di caffè.
Ma ciò che mi è rimasto dentro è stata una scritta su una parete di un rifugio: “NOI VIVI”.
Un semplice graffito a prima vista ma che racchiude il senso di ogni uomo, ciò che lo spinge a resistere di fronte ad ogni tragedia che gli si pone davanti. “NOI VIVI” è un insegnamento nascosto nel sottosuolo partenopeo ma custodito nel ventre di ogni sopravvissuto; “NOI VIVI” è il grido disperato di chi non molla di fronte al destino che chiede il conto ma al quale non vuole dargliela vinta; “NOI VIVI” è un manifesto di lotta e di speranza di chi la storia l’ha scritta, credendo che il sacrificio di milioni di persone sarebbe valso alla costruzione di un mondo migliore.

noi vivi
graffito rinvenuto nel rifugio del tunnel borbonico.

Per i napoletani la sirena ha assunto negli anni diversi connotati: da fondatrice di napoli ad annunciatrice di catastrofi. Mai nessuno meglio di Matilde Serao ha saputo tradurre in parole ciò che risiede nell’immaginario collettivo di ogni napoletano:

“Parthenope non è morta, Parthenope non ha tomba, Ella vive, splendida giovane e bella, da cinquemila anni; corre sui poggi, sulla spiaggia. È lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori, è lei che fa brillare le stelle nelle notti serene (…) quando vediamo comparire un’ombra bianca allacciata ad un’altra ombra, è lei col suo amante, quando sentiamo nell’aria un suono di parole innamorate è la sua voce che le pronunzia, quando un rumore di baci indistinto, sommesso, ci fa trasalire, sono i baci suoi, quando un fruscio di abiti ci fa fremere è il suo peplo che striscia sull’arena, è lei che fa contorcere di passione, languire ed impallidire d’amore la città. Parthenope, la vergine, la donna, non muore, non muore, non ha tomba, è immortale …è l’amore. “

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